27set 2020
IL SEGRETO DEI VINI DELLA TENUTA DI GHIZZANO? LA PIGIATURA CON I PIEDI
Articolo di: Fabiano Guatteri

I vini in breve

Tenuta di Ghizzano
Il Ghizzano Bianco 2019
Cuvée di uve uve vermentino 50%, trebbiano 35% malvasia 15%, vinificazione in acciaio e affinamento in vasche di cemento. Il 30% dell’uvaggio macera per 4 mesi in cemento, in pieno stile orange wine. Di colore giallo dorato, al naso dal fruttato si passa a una coralità floreale; in bocca rivela una buona struttura sostenuta ed emerge una mineralità ben disegnata, e una netta sapidità. L’acidità è matura e il tannino garbato. Accompagna carne bianca al vapore, tartare di manzo, pesce saporito in umido e in zuppa.
Il Ghizzano 2018
Da uve merlot 5-10%, e il resto sangiovese, Fermenta in acciaio e affina in cemento vetrificato. Nel calice riproduce colore rubino, al naso frutta nera estiva, prugna, ciliegia, ancora ciliegia, poi amarena, quindi sentori di frutti di bosco. In bocca struttura ben delineata , con un tannino educato, ma presente. Si evidenziano mineralità e sapidità. Da bere senza abbinamento, o con pesci saporiti, come carne bianca in casseruola.

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Abbiamo incontrato Ginevra Venerosi Pesciolini, coproprietaria della Tenuta di Ghizzano, in un incontro su piattaforma Zoom organizzato dall’agenzia di comunicazione Thurner PR dove abbiamo degustato il Ghizzano 2018 e il Ghizzano Bianco 2019 (foto 1).

 

Prima di entrare nel merito dei vini, va detto che la famiglia Venerosi Pesciolini, giunse nel 1370 a Ghizzano, piccolo borgo a 200 metri di altitudine, circa a 50 chilometri dal mare. Nel Quattrocento, come racconta Ginevra Venerosi Pesciolini, la famiglia intraprese l’attività agricola che fu da subito multi colturale in presenza di un bosco che ancora oggi si sviluppa su 110 ettari, con colline dove le zone meno vocate alla viticoltura e all’olivicoltura erano riservate ai seminativi. L’economia, non solo locale, si reggeva sul sistema della mezzadria che si protrasse nei secoli sino ad arrivare alla fine degli anni sessanta del secolo scorso.

 

Nella Tenuta di Ghizzano vivevano tante famiglie ospitate nelle case coloniche, per un totale di circa 300 mezzadri. Ciascuno coltivava la propria porzione di terreno e poi divideva il raccolto con la proprietà. Con l’abolizione della mezzadria si verificò un abbandono delle campagne perché l’azienda, così come altre, non poteva assumere tante persone. Da qui la necessità di sviluppare un processo di meccanizzazione per risparmiare il più possibile manodopera. Ma i costi non coprivano sempre le spese e molte aziende chiusero o vendettero. La famiglia Venerosi Pesciolini negli ottanta, invece di abbandonare l’ulivo e la vite, che comunque nel modo in cui erano condotti non erano redditizi, decise di investire proprio su questi per elevare la qualità del prodotto.

 

Investimento necessario per ampliare gli orizzonti commerciali del proprio vino, farlo cioè uscire dalla cerchia degli amici e degli acquirenti locali ai quali veniva venduto sfuso, per proporlo, imbottigliato, a un più ampio mercato. Ciò avvenne in controtendenza rispetto alle scelte delle aziende locali in quanto le Colline Pisane non erano ritenute zona enologica vocata. Del resto non molto diversa è la storia del Bolgheri, area in cui si coltivava tutt’altro che la vite eppure qui nacque il Sassicaia.

 

La famiglia rinvestì in nuovi impianti con densità maggiore, investì in cantina nei tini di cemento, di acciaio, nelle botti di legno, e tutto avvenne con processi graduali che nel 1985 portarono a produrre Veneroso, vino che da subito ebbe un buon riscontro sul mercato. Ginevra Venerosi Pesciolini, con una laurea umanistica perché originariamente indirizzata a un altro sbocco professionale, entra in azienda negli anni novanta, quando in famiglia la viticoltura era considerata un secondo lavoro da affrontare il fine settimana. Tale politica non continuativa aveva permesso di mantenere l’azienda, ma si dimostrò inadeguata in quanto l’importanza sempre più crescente che assunse la vite, richiedeva una gestione del vigneto e della cantina più assidua.

 

Quando Ginevra arriva nella Tenuta trova giacenze di vini invenduti perché non essendo l’attività seguita continuativamente non aveva dato i risultati sperati. Così decide di lasciare la casa editrice in cui lavora per dedicarsi interamente all’azienda, primo componente della famiglia che se ne occupa a tempo pieno. La Tenuta continua a essere multi colturale, ma il vino è il core business. Lo sforzo va nella direzione di riqualificare il prodotto; a ciò si aggiunga il passaggio di un’agricoltura da convenzionale a biologica e infine biodinamica con l’acquisizione delle rispettive certificazioni. La sostenibilità, come spiega Ginevra Venerosi Pesciolini, fortunatamente oggi è un argomento molto partecipato, non più prerogativa di pochi come quando iniziò la sua attività in cantina.

 

La gestione dell’azienda, con la scomparsa del padre avvenuta nel 2008, diventa al femminile: la famiglia è ora composta da tre sorelle e dalla madre. Il lavoro dell’azienda è fatto anche di ricerca per adeguare non solo la viticoltura, ma tutte le colture alle pratiche biodinamiche, e per ottenere prodotti che siano una vera espressività del proprio territorio. Ciò per rendere giustizia a una zona meritevole, ma non molto conosciuta, tra le meno note anche al turismo. Talvolta l’arrivo di una importante società in un territorio dà visibilità alla zona stessa come è successo da altre parti, ma qui non è mai arrivata. L’Azienda lavora con il sangiovese che rappresenta il 50% del terreno vitato, ossia 18 ettari, e dagli anni 80 ha messo a dimora il merlot e il cabernet, vitigni presenti sul territorio dal 1600 grazie alla famiglia Salviati, e che hanno dato buoni risultati. A questi vitigni si è aggiunto il petit verdot che conferisce eleganza ai vini.

 

Nel 2015 prende il via la produzione del primo bianco, Il Ghizzano Bianco; prima le uve trebbiano e malvasia dei vecchi vigneti del Chianti erano utilizzate per produrre il passito San Germano. A queste si è successivamente affiancato il vermentino che, visti gli ottimi risultati, ha convinto la Tenuta a dar vita a Il Ghizzano Bianco, vinificato in acciaio con una parte che macera in cemento. Anche il Ghizzano, il rosso, fermenta in acciaio e affina in tini di cemento proprio per ottenere, in entrambi i casi, vini con un frutto molto presente che rispecchia le caratteristiche di questo territorio. Il suolo di origine pliocenica con notevole presenza di residui di fossili, conferisce marcata mineralità ai vini. Ginevra Venerosi definisce “di frutto” i due il Ghizzano che non passano nel legno, prodotti con uve da viti di 10-15 anni di età, mentre le altre etichette della maison, ossia quelle “di concetto”, Veneroso e Nambrot, sono i cavalli di battaglia nei quali l’azienda cerca la “terza dimensioni”, originati da vigneti 15- 30 anni di età.

 

Il Ghizzano Bianco 2019 (foto 2)

 

Si tratta di un blend di uve autoctone dove il vermentino conferisce gentilezza, con un’aromaticità diversa che armonizza con il trebbiano il quale ha un carattere più scontroso, ma una bellissima acidità. L’uvaggio è composto quindi da uve vermentino 50%, trebbiano 35% malvasia 15% provenienti da più vigneti e ogni parcella è vinificata separatamente. Sono eseguiti due blend, il primo dopo la fermentazione alcolica, il secondo a fermentazione malolattica avvenuta.
Quest’ultima riguarda solo la parte macerata sulle bucce, che rappresenta il 30% dell’uvaggio ed è composta da uve trebbiano e malvasia raccolte e vinificate insieme. E’ una vinificazione in rosso con un periodo di macerazione di 4 mesi in cemento, sempre con bucce coperte, in pieno stile orange wine.

 

Note gustative
Nel calice riflette colore giallo dorato, caldo: un impatto visivo caldo e suadente. Al naso inizialmente il vino è un po’chiuso; si colgono i profumi originari e l’”orange wine” arricchisce il corredo aromatico con note distintive. Non si coglie un frutto o un fiore in netta predominanza, ma, man mano che si apre, dal fruttato si passa a una coralità floreale e di sensazioni olfattive. In bocca rivela una buona struttura sostenuta da 12,5 gradi alcolici ed emerge una mineralità ben disegnata, e una netta sapidità dettata sia dal suolo ricco di fossili, sia dalla relativa vicinanza al mare. L’acidità è in perfetto equilibrio con le altre componenti e sostiene il sorso; si avverte un tannino appena accennato, di garbo.

 

Abbinamenti
Mineralità,-sapidità, nota tannica , è la stilistica distintiva di questo vino per certi versi rustico, dotato di buona spalla acida. E’ un vino gourmand, ossia da servire a tavola in abbinamento ai cibi di ogni stagione, come zuppa di farro, cavolo ripassato, carne bianca al vapore, tartare di manzo, pesce saporito in umido e in zuppa.

E’ un bianco da degustare a 10-12 °C.

 

Produzione: 10 mila bottiglia, numero destinato prossimamente ad aumentare

 

Il Ghizzano 2018 (foto 3)
E’ prodotto con uve merlot per il 5-10%, e il resto sangiovese. Come detto vinifica in acciaio e affina in cemento vetrificato. La macerazione a chicco quasi intero dura circa 8 giorni proprio per evitare significative concentrazioni e favorire la bevibilità. Il sangiovese locale è diverso da quello del Chianti Classico: è più dolce anche quando è giovane per cui ha tannini più gentili e la vinificazione delicata ne valorizza le caratteristiche.

 

Note gustative
Nel calice riproduce colore rubino che vira leggermente al granato, al naso frutta rossa estiva, prugna, ciliegia, ancora ciliegia, amarena, quindi sentori di frutti di bosco, di sottobosco che conducono a note balsamiche. In bocca rivela grande bevibilità, al tempo stesso la struttura è delineata , con un tannino educato, ma presente, “buono” come lo definisce Ginevra Venerosi, grazie a una vinificazione senza utilizzo di pompe, senza ricorso a tanti rimontaggi, lavorando il più possibile a mano e pigiando con i piedi per avere l’estrazione garbata in modo da evitare la pressa meccanica che rovina gli equilibri. Si evidenziano in bocca mineralità e sapidità.
E’ un rosso attraversato da una brezza marina, per cui sapida, profumata di ricordi di macchia mediterranea, di note fruttate, che il vino trattiene arricchendo il proprio corredo aromatico.

 

Abbinamenti
Da bere senza abbinamento, volendolo abbinare, grazie alla versatilità, accompagna pesci saporiti come triglie in umido, tracine in guazzetto, così come carne bianca come il coniglio in casseruola.
Da provare a 12-14°C.

 

Produzione: circa 45 mila bottiglie

 

Nella foto 4 un momento della degustazione

 

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Aggiornamento  27 settembre 2020

Consideraziono sulle lavorazioni manuali  della Tenuta di Ghiazzano

Abbiamo accennato all’importanza della manualità che la Tenuta attribuisce alle fasi della vinificazione. E per preservare nel modo più integrale gli equilibri, i sapori e gli aromi originari del frutto, tutte le lavorazioni sono manuali in quanto i macchinari possono stressare le uve. Ciò spiega perché le uve sono pigiate con i piedi anziché essere sottoposte a procedimenti meccanici. Se si aggiunge che la conduzione del vigneto è diventata prima biologica poi biodinamica con tutto ciò che significa in termini di attenzione e rispetto per l’ambiente, per le biospecie, si può comprendere come il cerchio si chiuda in un movimento armonico, nell’inserimento nell’ecosistema di una realtà produttiva senza impatti ambientali. Ed è questa capacità di intessersi nel contesto naturale che lascia intuire la positività dell’atmosfera produttiva forse grazie anche al team tutto al femminile che in qualche modo esprime uno stile che si coglie nella gentilezza che caratterizza questi vini molto garbati, anche quando potenti e complessi.

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Photo Credits

Photo 5 : https://www.facebook.com/TenutadiGhizzano
Photo 6 : https://www.facebook.com/TenutadiGhizzano
Indirizzo : Via della Chiesa, 4 Ghizzano di Peccioli
Telefono : 0587.630096
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