28mag 2019
IL PATRIMONIO UMANO | SIAMO PARTECIPI TUTTI
Articolo di: Stefania Turato

Per parlare di patrimonio umano potremmo prendere a esempio rappresentazioni cinematografiche come una pellicola di Marco Bellocchio (Direttore artistico del Festival del Cinema di Bobbio), appena applaudito per il film IL TRADITORE, presentato a Cannes, unico film italiano in concorso (13 minuti di applausi) e come fa lui raccontare metafore di vita.

Bellocchio Marco, Regista, nato a Bobbio, ama questo suo territorio sui Colli Piacentini, ne trae ispirazione fin a fondarne un festival del cinema proprio a Bobbio dando vita ad un centro di sperimentazione e formazione per giovani registi facendo nascere ogni anno un cortometraggio coi giovani che partecipano al corso di formazione.

 

Per descrivere e cercare storie, il territorio dei Colli Piacentini è stato senz’altro anche per noi fonte di parecchi spunti col suo patrimonio umano culturale e storico ed enogastronomico offerto a cielo aperto. Il Piacentino fornisce storie che nascono da inclinazioni di disparata matrice. Un capitale appunto, umano. Col dialetto piacentino anche un elenco di preparazioni culinarie diventa poesie e recitato dalla scrittrice e attrice di teatro piacentino Anna Botti diventa un monologo di straordinario effetto. 

 

Situazioni e momenti aggregativi di intrattenimento sui colli, che si trovano effettivamente fuori città non distanti da Milano, Genova… Città e Campagna, dimensioni diverse che evidenziano patrimoni umani differenti, bacini di informazioni che consentono rappresentazioni vitali differenti e regalano diverse sfumature dell’essere umano al visitatore, specchiandosi in un consueto desueto. L’arte che si trova qui, da ponti a chiese, castelli, li rappresenta, mette in scena le evidenziazioni del caso. Bellezza, bruttezza, sfumature, dettagli, sapori, odori. Un maggio seppur così piovoso ha lasciato percepire, sottile, il profumo di rosa tea sbocciata, subito sfiorita. I colli piacentini sono luoghi in cui scrivere, descrivere la controversia umana, bizzarra da cui attingiamo ogni giorno su cui soprassediamo. Il tour che ci ha visto collezionisti di tante storie ci ha portato in visita in un luogo adeguato a scrivere e forse uno fra tutti: il Castello di Agazzano che dispone di una sola camera/appartamento aperta e prenotabile al pubblico.

 

Chi soggiorna nell’unica stanza dispone di un castello tutto per sé. Di accogliervi, se ne occupa Erica de Ponti. Esperienze umane che accarezzano la spiritualità dei gesti che si fanno soavi e più leggeri al fianco di un calice di vino accomodante e fuggevole. Castello di Agazzano è stata la sede della Manifestazione Orange wine  alla prima edizione dell’inverno scorso (si veda articolo sui vini Orange qui)

 

Al Castello si vinificano Vini da uve Barbera Igt Barbera Emilia, Rosato frizzante, Doc Colli Piacentini Barbera Entrambi rientrano nella promozione BB ovvero Bevi Barbera, una azione del progetto di promozione dell’azienda agricola Le Torricelle  Ogni bottiglia riporta in etichetta il nome del crinale, il nome del vigneto, il cru dove viene coltivata la vigna, un segno ulteriore di identificazione e di appartenenza del lavoro del vigneto. Di particolare interesse l’attività riguardante i rapporti tra geologia e il vino che, grazie anche alla collaborazione con la Facoltà di Agraria di Piacenza dell’Università Cattolica, porta ad una serie di iniziative per valorizzare i vini locali proprio in funzione del substrato geo-pedologico su cui allignano le viti.

Il Museo di Castell’Arquato raccoglie reperti ritrovati in questa zona tra i quali i resti di una Balena intera, della lunghezza di 23 metri, a far data dal 1700 diviene nota la collezione di Giuseppe Cortesi e viene definito il termine Piacenziano, uno stratotipo, identificato nell’epoca geologica Pliocenica. Alberto Vercesi, di Frutti Viticoltura della facoltà di Agraria della Università Cattolica scrive nel 2004 sui Quaderni di educazione ambientale: geologia e vino (Cea di Castell’Arquato) su Viticoltura e vitigni nel Piacentino, che è oggi opinione condivisa riguardo la qualità dei vini e che si costruisca, in primo luogo, nel vigneto.

 

La trasformazione enologica è in grado di conservare, implementare ed esaltare le caratteristiche però già presenti nelle uve. In sostanza, non è possibile ottenere vini di elevata qualità da uve di scarso pregio. Ci fa ricordare il pensiero raccolto da Luigi Veronelli, riportato in un video disponibile in rete con la testimonianza di una sua intervista ad un famoso produttore di vini francese. Riconosceva ai francesi la capacità di produrre vini d’oro da uve d’argento e rimproverava agli italiani di produrre vini d’argento con uve d’oro. Vale ricordare, aziende che si distinguono per conoscenza e impegno sul territorio piacentino per gli investimenti e impegno in vigna. Alcuni si legano proprio al percorso proposto durante l’educational tour promosso con Roberto Rossi #mangiarepiacentino, Destinazione Turistica Emilia “Visit Emilia” e l’organizzazione www.cooltour.it Abbiamo conosciuto non molto tempo fa i vini di Torre Fornello di Ziano Piacentino che con Enrico Sgarbati, sperimentatore eclettico ci ha affascinato coi suoi vini.  

 

Abbiamo quindi potuto continuare la ricerca sul piacentino e segnaliamo: Azienda Agricola La Tosa. La famiglia Pizzamiglio e i suoi vini, rappresentati ormai da anni all’estero, negli Stati Uniti e in Giappone, favorisce l’approfondimento del territorio con un Museo del vino allestito in tanti anni di studio e raccolta di documenti, strumenti antichi, testimonianze, perfettamente archiviati. L’azienda dispone anche una Biblioteca fornitissima di libri sulla viticoltura e sulle mappe antiche delle proprietà del territorio piacentino. L’allestimento del Museo ha permesso di selezionare e disporre, tra tanti, strumenti antichi, carri, insegne, reperti storici che testimoniamo storie, vicissitudini della viticoltura in questo territorio I vini de La Tosa: 9, dai più autoctoni del territorio a quelli alloctoni da uve internazionali, francesi. Tutti questi vini vogliono poter percorrere il tempo. Infatti, le sorprese non sono mancate. Stappando l’annata 1993, l’inverno scorso, ci si è trovati nel bicchiere una espressione straordinaria della Malvasia Sorriso di Cielo. Lo Chef Massimo Bottura della Osteria Francescana spesso ama ricordare di come occorra conoscere e poi, mentre si lavora, dimenticarsi di tutto. Questo territorio trova il modo di farsi ricordare. 

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